Bio
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Riccardo Mantelli makes, researches and teaches experimental New Media Art. His projects have been presented internationally at various events in Europe and Asia. Live audiovisual expressions and interfacing with a fasination for glitch-art, video interruption data bending, data oulipo, hertzian space exploration, experimental hardware interfacing, are some of the unstable categories that his work playfully moves through.
His research focus on developing an understanding of contemporary New Media practices and find a possible set of connections between virtual and real spaces.
Riccardo Mantelli’s body of work, including interactive installations, networked and urban devices, photographs and sculptures, speaks to the relationship between technologies and affectivity, flow that define our time and attempts to create new forms of fiction.
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Come artista, mi muovo in quel territorio-limite che è il punto d’incontro tra due realtà contigue: la realtà del virtuale (il CPU, la macchina) e la realtà del reale (la città, l’umano). Mi muovo in questo spazio indagando, de-costruendo, de-compilando, ri-sillabando, ri-costruendo. E dove ho un incidente, dove incontro una disfunzione, una ferita, un limite, uno scarto, io accolgo e raccolgo l’errore. Secondo un’antropologia della macchina, io creo un’estetica dell’errore.
C’è uno spazio, apparentemente invisibile e intangibile, una zona d’ombra, dove virtuale e reale si incontrano, dove CPU e città dialogano. Riuscire a dare corpo a questo spazio dei flussi – questo tessuto a priori necessario sia alla CPU che alla città – è ciò vhe mi interessa.
Viaggio nel sistema operativo e nel sistema urbano: orientarmi, scegliere una posizione, andare, perdermi, trovarmi in una posizione, capire dove sono, cercare il limite. Fare interagire istanza (l’assenza) e corpo reale (la presenza) per sillabare e materializzare il luogo della transcodifica, un regno denso e sottile, fatto sempre più denso e più sottile dalla sempre maggiore vicinanza e sovrapposizione di spazio reale e spazio virtuale. E durante questo viaggio scoprire, toccare l’aura di fallibilità (anche) della macchina, trovarla bella, sentirla giusta, sentirla vera.
Io non sono un tecnologo, sono un uomo, il cui approccio è piuttosto quello di un ricercatore innamorato. Cerco un’estetica lì dove altri vedono un inghippo, un limite da superare, da spostare più in là. Cerco l’estetica dell’errore. Aspettare l’incidente, lo scarto, l’interruzione, e accarezzarlo, abbracciarlo, capirlo. Carpirlo. E poi riprodurlo, ri-causarlo per mostrare le debolezze della macchina – per umanizzarla, in un certo senso, la macchina – ma con tenerezza, con commozione, con ironia. Creare un’estetica dell’errore.
